Mondiali 2010: La Storia dal 1930 al 2006. Uruguay campione, doppio Pozzo e super Brasile 1958-62 (I Parte)

I Mondiali. Un’emozione pazzesca che ciclicamente (ogni quattro anni) viviamo, tifando i colori della nostra nazionale e sperando che siano le tonalità cromatiche della vittoria finale.
Tra pochi giorni la prestigiosa competizione calcistica avrà finalmente luogo. Ci troveremo per la prima volta nel continente africano, precisamente in Sudafrica, e l’Italia si presenterà in campo da campione del mondo in carica. Per difendere lo scettro conquistato con grande ardore.
Ma, in attesa di vivere le gesta dei nostri eroi, vogliamo fare un passo indietro e raccontare cosa è accaduto dal 1930 al recentissimo trionfo tedesco del 2006, la notte di Berlino che ci ha regalato l’emozione più grande: la Coppa del Mondo.
La primissima finale mondiale, senza grande suspence, portò al cospetto di oltre 90mila persone l’Uruguay (padrone di casa) e l’Argentina. Arbitri in giacca e cravatta, con i pantaloni alla zuava, un altro mondo davvero rispetto ad adesso.
I capitani, inoltre, non si accordarono per la scelta del pallone (all’epoca si usava fare in questo modo) e allora l’arbitro della contesa (tale belga John Langenus, che volle anche l’assicurazione sulla vita e una nave pronta a salpare a fine gara) decise di giocare il primo tempo con la palla argentina e la ripresa con quella uruguayana (più dura e pesante).
Caso vuole che il primo tempo, dopo il vantaggio dell’Uruguay con Dorado, si chiuse con il due a uno argentino firmato Peucelle-Stabile. Nel secondo tempo, invece, con la sfera uruguagia in campo, l’undici di Horacio Suppici trionfò, riscattandosi grazie ai sigilli di Cea, Iriarte e Castro. L’Uruguay, dunque, si aggiudicò la prima Jules Rimet.
Quattro anni dopo, altro giro altra corsa e altra storia. Una storia che si colora di azzurro. Infatti, contro ogni pronostico, e da padrona di casa, l’Italia di Vittorio Pozzo trionfa in finale contro la fortissima Cecoslovacchia (10 giugno 1934).
Ci furono critiche e sospetti per conduzioni arbitrali favorevoli alla nostra nazionale (a seguito d’interventi del Duce, presente sulla tribuna dello Stadio del Partito Nazionale Fascista insieme a Jules Rimet), soprattutto nella gara disputata contro l’Austria, nel cammino verso la finale. In quell’occasione, il gol decisivo dell’italo-argentino Guaita fu siglato con il portiere austriaco a terra (caricato nell’occasione da Giuseppe Meazza).
La finale invece, dopo l’uno a uno dei tempi regolamentari, vide il trionfo limpido degli azzurri, grazie alla rete decisiva del centravanti bolognese Angelo Schiavio (chiuse la carriera proprio al termine della Coppa del Mondo del 1934, con 15 reti in 21 gare).
Il 1938 fu l’anno del bis azzurro. Incredibile, ma meraviglioso. Vittorio Pozzo, confermatissimo dopo la vittoria nel Mondiale e, quella successiva, nelle Olimpiadi del 1936, entrò di diritto nella storia del calcio italiano grazie al secondo trionfo consecutivo nella competizione mondiale.
Siamo in Francia, dopo tante polemiche seguite alla scelta di affidare l’organizzazione ai transalpini (l’Argentina e l’Uruguay si ritirarono dal torneo), ma soprattutto in un periodo storico molto difficile, di avvicinamento ai terribili eventi della II Guerra Mondiale. A pagarne le conseguenze l’Austria di Meisl e di Sindelar che, annessa (Anschluss) alla Germania nazista, dovette cedere i migliori elementi sotto l’egida hitleriana.
Ma, tra tante difficoltà, l’Italia viaggiò spedita verso la finale, eliminando in semifinale l’ambizioso Brasile di Leonidas, e superando all’ultimo atto l’Ungheria, con uno scoppiettante e rocambolesco 4 a 2 (rete finale, al volo di Silvio Piola). Era l’Italia di Ferrari, Meazza e Piola, era una grandissima nazionale, quella di Vittorio Pozzo, trionfatrice per due edizioni consecutive.
Ma il Mondiale francese è stato, soprattutto, l’ultimo esempio di fratellanza, poichè nel 1939 iniziò il triste e tragico periodo bellico, e si tornò a parlare di sport e di calcio solamente nel 1950.
A dodici anni dall’ultima edizione, è il Brasile ad organizzare i Mondiali, ma non a vincerli. Infatti, l’Uruguay di Schiaffino e Ghiggia trionfa ancora, per la seconda volta dopo l’inaugurale vittoria nel 1930. Friaca manda in estasi il Maracanà, poi cala il “silenzio più grande della storia del calcio” (così è stato definito), quando i due calciatori citati poc’anzi ribaltarono il vantaggio carioca regalando il successo all’Uruguay.
Fu dramma per il paese che proclamò lutto nazionale, mentre i giocatori abbandonarono persino il vecchio colore delle casacche per passare ad una divisa verde e oro che riprendeva i colori della bandiera.
Al dramma brasileiro seguì l’impresa della Germania Ovest, il “Miracolo di Berna“. Nel 1954, di fronte ad una delle più forti nazionali della storia del calcio, l’Ungheria di Puskas e Kocsis (capocannoniere del Mondiale con 11 reti in cinque gare), i “Panzer“, sicuramente non scarsi ma inferiori ai rivali, riescono a trionfare, grazie alla splendida rete di Rahn che completa la rimonta dopo il 2 a 0 inziale degli avversari, ormai sicuri della vittoria. Pazzesco.
Quattro anni dopo aver assistito al prodigio tedesco, ci trasferiamo in Svezia dove, assente l’Italia (non riuscì a qualificarsi, perdendo lo spareggio con l’Irlanda del Nord a Belfast per 2 a 1), è tripudio verde-oro. Il Brasile vince senza faticare, travolgendo la grande Svezia di Liedholm in finale.
Ci pensa un 17enne sbarbatello di nome Pelè ad infrangere i sogni di gloria degli scandinavi e a regalare il primo successo ai futuri pentacampeones. Terza la Francia di Just Fontaine, autore di 4 delle sei reti inflitte nella finalina con la Germania Ovest.
Chiudiamo questa prima parte con il Mondiale cileno del 1962. Grande scalpore per l’assegnazione al “povero” Cile, grande ancora il Brasile che regala il bis. Senza Pelè, out per un brutto strappo muscolare, è Garrincha, con le sue giocate e gli scatti fulminei, a regalare spettacolo all’interno di una competizione dura e violenta (famosa la battaglia di Santiago, dove l’Italia viene diciamo “estromessa” dal gioco violento dei cileni, con Humberto Maschio in campo con il naso fratturato da un intervento omicida).
L’uccellino Garrincha, fantastica ala destra, l'”angelo dalle gambe storte“, contribuisce in maniera determinante al secondo sigillo brasiliano. Che arriva in finale, contro la Cecoslovacchia. 3 a 1, reti di Amarildo, Zito e Vavà…un Brasile meraviglioso. A domani per la seconda parte….non mancate.

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