L’allenatore della porta accanto. Tutto nacque in condominio (II Puntata)

Eccoci cari amici, ON THE BEACH torna, dopo l’esordio con lo speciale su Mutu. Eccoci, invece alla sua seconda puntata, pronta a rinfrescarvi e a divertirvi. Mettetevi comodi, se potete aprite il frigo e accanto agli spuntini, ecco la seconda puntata di ON THE BEACH da bere, da sorseggiare o da trangugiare, come preferite! Dammi una vespa l’estate che avanza cantava Cremonini, noi viviamola, con..

ON THE BEACH!! Oggi la vera storia di un giovane e bravo allenatore: il portoghese Andrè Villas-Boas.

Non tutti i mister nascono imparati, così come non tutti i calciatori nascono con le scarpette attaccate. Nelle storie pallonare a volte accade che proprio la normalità, sia il terreno più fertile per un’inaspettata genialità. Allora ogni tanto capita che il mago Herrera nei ritiri estivi della sua Inter parli degli “Esercizi Spirituali” di Ignazio di Loyola che aveva letti ed apprezzati durante un periodo di convalescenza, dopo essersi rotto una gamba: nuovi utilizzi per vecchi materiali, metà artigiani e molto artisti.
Non tutti sono figli di allenatori e, la pappa spesso, è tutt’altro che pronta e così, gli ingredienti nascono dall’osservazione ed un’indomita passione risulta essere il lasciapassare più autentico di un pedigree già sistemato. Quello che si crea personalmente, ha un appeal nettamente più fascinoso di tutto quello che è già meccanicamente dato, senza nessuno sforzo.
Il nuovo tecnico del Chelsea, Andrè Villas-Boas, nato ad Oporto il 17 ottobre del 1977, non è mai stato un calciatore famoso ma, da quando iniziò a capirci qualcosa della vita, lesse, studiò, assimilò, bevve, mangiò e dormì di calcio. Andrè, di origini nobili (il bisnonno era barone di Paço Vieira, in Portogallo) viveva a Oporto quando un giorno, nella sua stessa casa, andò ad abitare Bobby Robson, allenatore del Porto e grande calciatore inglese del passato. Andrè non poteva crederci.
Quando scendeva per andare a far la spesa, invece di incontrare la solita vecchietta scorbutica che nemmeno ti saluta, c’era il guru degli allenatori di quel periodo, maestro di cervelli e direttore d’orchestra di squadre. Andrè iniziò a fargli domande, a chiedere, a respirare aria da allenatore.
Un giorno decise di scrivere a Robson una lettera, dove sottolineava che alcune mosse tattiche operate dal mister durante una partita di Champions del Porto, non le condivideva, e che la posizione del centravanti Domingos Paciencia, era, a suo avviso, poco considerata. Robson si accorse subito che il ragazzo ne sapeva sul serio e scelse di investire su di lui. Andrè andò ad imparare calcio (ma ne sapeva già parecchio) su consiglio di Robson presso la federazione scozzese e poi iniziò una lunga gavetta da assistente degli allenatori: all’Ipswich, al Porto, al Barcellona, nella nazionale delle isole Vergini e seguì poi Mourinho al Chelsea e nel primo anno nerazzurro.
Il ragazzo che incontrava il maestro nell’ascensore era ormai pronto per sedere su una panchina, da solo. Ecco i ragazzi dell’Academica di Coimbra che, sono subito aiutati a risalire in classifica e portati poi, all’undicesimo posto nella stagione 2009-2010. Intanto Robson, venuto a mancare nel luglio del 2009, dal cielo segue ancor più le vicende di quel ragazzo che veniva a parlargli nella tromba delle scale del condominio, assetato di calcio.
Andrè approda a casa, al Porto, sulla panchina dello stadio do Dragão, ed inizia un cammino fiorente e rigoglioso, dove, nel campionato appena trascorso,si porta a casa tutto: coppa, campionato, ed Europa League, contro lo Sporting Braga. A volte il cerchio della vita ti ripresenta davanti delle persone che avevi già visto o già sentito.
Nella finale di Dublino del 18 maggio, Villas Boas, allenatore giovane e dal piglio da veterano, trova sulla panchina del Braga, Domingos Paciencia, proprio quella punta che a Robson, ai tempi del Porto,era stato consigliato di utilizzare con più cura da un certo.. Andrè Villas Boas.
Ora Andrè ha scelto la panchina dei blues del Chelsea, dove cerca di portare quella Champions che né l’impero di Mourinho né la reggenza di Ancelotti, sono riusciti a vincere. Non è un nuovo Mourinho o peggio un prolungamento dello stesso ma semplicemente una persona che ha osato provare a lasciar parlare quello che di più amava: una palla, degli appunti su alcuni giocatori, delle statistiche da confrontare e riordinare. Magari ognuno di noi ha nel suo condominio un allenatore famoso o, cosa più probabile, si sente lui stesso allenatore. La storia di VillasBoas ci sorride: quello che cerchiamo c’è, è già li che ci aspetta, basta cogliere l’attimo o il Robson di turno: ricordiamoci di osare sempre. (Luca Savarese)

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