Il meno invadente possibile

Nel giorno in cui si celebrava la scoperta dell’America, abbiamo assistito ad una fine anticipata di una partita di calcio, in uno stadio, il Marassi di Genova, non nuovo a trasformarsi in gabbia del terrore. Sia ben chiaro in partenza: davanti ad un uomo serbo che non permette di disputare una gara di calcio, prima di dar fiato alle trombe di infinita e melassa retorica che imperversano in queste ore in tv, occorre provare un gesto senza parole, quello del silenzio, per non fomentare la violenza dei confusi discorsi del momento, carichi di astio che rischiano di essere più fastidiosi di quel tifoso-teppista.
Le sagre del “Così non si può andare avanti”, del “Basta con questi facinorosi che rovinano il calcio” e via con facili piazzate da bravi bambini oltre a risultare trite e ritrite non servono davvero più. Si può, senza accorgersi, fare più male così, perché è come rispondere al peggio con discorsi agitati e rumorosi.
Perché il peggio sia vinto, forse, bisogna sospendere ogni giudizio morale e moralistico scontato ed immediato e provare a guardare (certo è più difficile che parlare subito e a getto continuo),il problema, andando magari alla radice, e cercare di proporre alternative, possibilità e , perché no, tentativi di soluzioni. Durante il folle gesto di rompere la rete di protezione da parte di quel ragazzo, i commentatori preposti a raccontare per la Rai Italia-Serbia, non sono stati zitti un secondo, condannando molto ma di spiegare perché e andare un pochino in profondità, neanche l’ombra.
Non si può al buio rispondere con il buio, occorre accendere la luce, magari fosse solo un lumicino ma è già qualcosa. Le pressanti ed invadenti tavole rotonde su fatti del genere aggiungono paura a spavento, pessimismo a pessimismo. Sembra che aspettiamo queste vicende per proporre la nostra vendetta fatta di severi appelli ma di nessuna delicatezza. Se quel ragazzo è arrivato a voler impedire il sereno gioco di una partita di calcio, uno degli spettacoli più belli al mondo, c’è davvero in questa persona qualcosa che non va.
E’ giusto condannare l’episodio ma è bene anche comprendere i motivi che lo hanno spinto a quell’azione scellerata. Mentre ancora non si sapeva che ne sarebbe stato di Italia- Serbia, se si poteva riprendere o meno, Bruno Gentili, stimata voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”, ora sulla tolda azzurra nelle telecronache delle partite della nazionale, ha invitato il malcapitato Aurelio Capaldi, inviato a bordo campo e nella sala stampa a far forza, a forzare il blocco e a farsi valere.
Capiamo le condizioni di agitazione generale ma non comprendiamo questo atteggiamento; è decisamente di cattivo gusto invitare a farsi valere in una situazione dove non si capisce cosa vale e cosa non vale,cosa fare e cosa non fare. Certo ci sono profonde questioni politiche dentro questo veto alla partita, c’è la storia di una nazione divisa, nomade e battagliera ma perché un ragazzo deve essere il portavoce ultimo di tutto ciò, dicendo no alla partita e in fondo anche alla vita?
Perché i giocatori più carismatici e rappresentativi della nazionale serba che al mondiale sudafricano è riuscita a vincere contro la forte Germania alla seconda partita, gente come Stankovic e Krasic, non invitano, con tutto il seguito di polizia del caso, quel ragazzo pieno di odio a casa loro, facendolo accomodare sul divano,magari davanti ad una tazza di the, e provando a parlare con lui, ad ascoltarlo.
Forse questa persona racconterà che se è arrivato a far così è perché non è stato mai amato e non c’è mai stato nessuno che lo ha fatto sentire importante ed allora l’unico modo che aveva per essere qualcuno era quello di unirsi ad una massa malata e iniziare a far male e interrompere le feste degli altri. La sua soddisfazione l’altra sera è però coincisa con la non felicità di tanti tifosi comunissimi che volevano vedere i “genoani” Cassano, Pazzini e Criscito in azzurro.
E’ un’utopia provare a raccontarsi e invitare a raccontare? Dante, uno che di lotte politiche se ne intendeva, diceva “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza” . Senza iniziare a conoscere chi abbiamo attorno come persone e non come meri strumenti, rischiamo davvero di essere tutti “bruti” in partenza. Provare ad aprirsi senza fare di tutta l’erba un fascio impazzito, è oggi l’unica strada da battere.

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