Il giovane imprenditore e il signor United

Quando Pep Guardiola veniva catechizzato da Rambo Koeman,storico olandese blaugrana, agli inizi del 1990, sul Barcellona e sulle sue storie, Alex Ferguson sedeva da quattro anni sulla panchina dello United. Guardiola era un fine centrocampista, Ferguson un allenatore abile. Guardiola non ha mai smesso di amare il calcio. Alex non ha mai smesso di pensare calcio.
Ecco la differenza forse sta proprio qui tra amare e pensare,una differenza grande e profonda come i tre gol del Barça che hanno depauperato il Manchester e consegnato ai blaugrana e a pep una coppa stupenda. Il Barcellona ha amato la partita, il Manchester l’ha pensata: quando ami finisci spesso per avere le ali,quando pensi a volte non riesci ad avanzare di un passo.
Il signor United non è riuscito, cosa che gli era invece riuscita e,con una certa facilità, nelle altre gare, ad unire i suoi; le teste dei suoi con la realtà del campo e Giggs, Valencia, Carrick, sembravano vestiti logori e ormai sfilacciati. Invece Guardiola, giovane imprenditore, con lo sguardo curioso sul mondo e fertile apprendista, ha messo in campo dei giocatori concordi ed armoniosi come giovani violini al concerto più importante della vita. Il Manchester è rimasto elegante solo nell’abito con tanto di rosa, con il quale ha raggiunto Wembley, poi non ha offerto più una veste credibile, una stoffa possibile.
Si, nei primi dieci minuti gli Inglesi sembravano avere una corazza che si è presto trasformata in scudo e poi, in concorde resa. Il giovane imprenditore ha intuito che forse, al giorno d’oggi, va lontano chi è controcorrente ed allora ha preparato una partita più umana che perfetta: dentro subito Abidal, con Puyol, un mostro sacro, in panca.
Molti avrebbero avuto paura solo a pensare ad una mossa del genere ma, il giovane imprenditore no, non ci ha pensato, ha amato più il desiderio di giocare una finale di Abidal,dopo che aveva visto la morte in faccia, piuttosto che la gerarchia e il pedigree di Puyol. Umano,troppo umano diceva Nietzsche. Umano, finalmente umano ci viene da dire, in un calcio e in un mondo dove ad essere umani si rischia di essere presi per scemi. Bravo Pep. Così umano da essere anche delicato ed intuire che anche a mitser Puyol avrebbe fatto enorme piacere esserci.
Ed allora una manciata di minuti anche per il capitano di mille lotte che, educato dal giovane imprenditore di umanità, prima di alzare la prestigiosa coppa con le orecchie, lascia la fascia ad Eric Abidal, vivo e presente, dopo quei brutti momenti. Guardiola ha amato questa finale, Ferguson l’ha solo pensata.. L’umanità poi chiama umanità, perchè, confina con l’umiltà e, ti porta lontano più di ogni alchimia tattica. A volte ripartire insieme è più decisivo della ripartenza del singolo che si sgancia.
La lavagnetta di Guardiola era colma di accorgimenti di natura interiore, quella dello scozzese densa di mosse intimorite e raffreddate sul nascere. Oh, Messi era un termometro bollente e qualsiasi farmaco dei Red Devils, non avrebbe fatto effetto. Il Barça sembrava una giovane scolaresca educata e serena che va in gita con la signorile umanità del suo maestro. Per una sera o magari per un bel po’, Ferguson dia la sua etichetta di Sir a Pep. Il giovane imprenditore da oggi è anche Sir. E’ una vittoriona Sir Pep Guardiola. (Luca Savarese)

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