Contador universale

In un giro dominato dalle rivalità, Diego Ulissi e Giovanni Visconti che quasi si scannano nell’arrivo a Tirano, Vincenzo Nibali e Michele Scarponi che mediaticamente giocano assieme perchè sono italiani ma, sulle strade e sui monti di questo giro, come cane e e gatto, se le sono date di santa ragione, Alberto Contador ha vinto e unito, con scarsa gioia per i nostri e per tutta la carovana di corridori che si sono dovuti arrendere ed hanno regalato applausi allo spagnolo che da Venaria a Milano, ha letteralmente volato.
Secondo giro per il campione nato a Madrid il 6 dicembre del 1982. Un ragazzo la cui vita non è stata sempre rosa come la maglia che oggi meritatamente porta addosso. Nel 2004 infatti ebbe un aneurisma celebrale. I medici dissero che era compromessa la sua vita: si riprese. I medici dissero che non avrebbe più corso in bici: corse più forte e con più consapevolezza di prima, quell’infortunio fu per lui il suo salto di qualità. La scienza medica si dovette arrendere all’anima di un ragazzo che voleva pedalare più d’ogni altra cosa al mondo: Alberto tornò presto ed iniziò a vincere e molti, scettici fino ad allora, iniziarono a credere in lui. La sofferenza forgia, se non avesse sofferto Alberto sarebbe uno qualunque, ora invece è Contador, con un’assonanza forse predestinata e fulgida tra cognome e persona, uno che conta e conterà sempre nella storia rosa del ciclismo.
Se il titolo del 2008 poteva sembrare una sorpresa, questa impresa diventa una conferma e lo lancia, leggero, nell’olimpo dei plurititolati in rosa dove regnano Alfredo Binda, Fausto Coppi, Eddy Merckx, Felice Gimondi ed infiniti altri eroi. Motorino nelle crono, gip nelle tappe alte di montagna , ha alternato, senza dar troppo nell’occhio le veloci ruote di un Garelli truccato con le gomme piene di grip di un gippone da strapazzo.
Contador ha trionfato perchè ha saputo essere cronomen e scalatore senza far troppa fatica e guadagnando un budget di minuti rassicurante e vincente. Un giro vissuto e giocato in modo totale. Tappa dopo tappa. abbiamo assaporato un atleta scrupoloso e silenzioso, meticoloso ed attento, dal scegliere il pasto in albergo al mettersi i guantini alla mattina prima della partenza del plotone e rilassato, ogni in tanto Gazzetta sotto la spalla, tra uno spostamento e l’altro. Ci è sembrato un po’ Nadal un po’ Vettel, appartenente a quella progenie rara dei campioni-macchine. Sicuro, convinto, così performante quasi da sembrare fatto a computer, iconografico ed epico ma terribilmente vero, pienamente sé stesso, come se un omino uscisse da un videogioco e ci dicesse “Guardate che sono vero, che respiro”; mietitore di successi disarmanti.
La Spagna rapita dall’estasi blaugrana coccola con lui, una pepita tutta madrilena, il ciclismo stupito, si ritrova un campione e speranze, entusiasmi, bandiere nuove. Possiamo contarci o l’ennesima tempesta doping travolgerà tutto? Per ora ci contiamo, con un Contador così non possiamo fare altrimenti. (Luca Savarese)

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