Bar Mondiale: Finisce l’avventura ma l’allegro libro del Sudafrica continua

Si chiude il mondiale ma si apre una possibilità; quella di essere, nella vita di tutti i giorni, come in Sudafrica: festanti e baldanzosi. Lo stile che abbiamo potuto osservare è stato un toccasana, in un mondo, calcistico e non, spesso freddo, prestabilito e compassato. Il colore dei tifosi, nella terra dei Bafana Bafana, misto al suono di un popolo che spera per vivere, sono forti inviti a colorare, a suonare.

Da Tshabalala a Iniesta, da un sinistro all’incrocio ad un destro nell’angolino, in mezzo un mare di incontri o un incontro da amare.

L’inaspettata doccia fredda dei signori dell’Occidente: Francia, Italia e Inghilterra, silurate ancor prima di gustare il Sudafrica, valigie anzitempo invece che vuvuzela nottetempo e poi Argentina e Germania che hanno provato a domare il mondiale, dimenticandosi però dei toreri spagnoli. Paperone dei portieri pronti via ma anche paratone agli ultimi atti: nella Spagna nuova regina c’è Casillas che para il rigore di Cardozo ai quarti e di piede, in finale, consegna a Robben la spiacevole coccarda di eterno secondo dell’anno (due finalissime in pochi mesi per il fuoriclasse olandese e zero coppe al cielo).

E’ stato anche il mondiale di quelli che hanno parlato poco e fatto molto: in primis l’iridato Del Bosque e poi Tabarez, Loew. Chi ha parlato troppo e fatto troppo parlare di sé, è uscito subito. Vademecum prezioso: nel calcio non sempre vince chi fa la voce grossa ma chi ha l’orecchio fino.

All’inizio di questo tour sudafricano eravamo concentrati sull’Italia di Lippi. Da quando è uscita il mondiale ci ha sussurrato qual cosina, una specie di canto nuovo, che suona più o meno così: “Guardate che tutti possono giocare a calcio, non solo chi lo fa da secoli”- Nel film Ratatouille il fantomatico cuoco Gusteau proclama che tutti possono cucinare ed un intraprendente topino diventa un abile chef.  Si, tutti, hanno potuto giocare a calcio in questo mondiale e che pietanze quando il palcoscenico si è aperto e reso disponibile per ospitare il calcio di chi per anni è rimasto in platea.

Abbiamo iniziato a sorprenderci nel vedere sulla scena e dire la loro, e con personalità, i vari Ghana, Uruguay e Paraguay. Ci siamo stupiti davanti all’Olanda che ha rotto il bunker del brasile depauperato di creatività di Dunga e abbiamo pensato che il destino del pallone non è sui tavoli delle scommesse già fatte ma nei piedi e nelle teste di chi desidera offrirgli nuove trame e spazi sinceri non ingombrati da nessuna mania di protagonismo. La Spagna campione forse ha perso all’esordio proprio per questo difetto. Il cammino dei ragazzi iberici è iniziato tra la fine della partita contro la Svizzera e prima di entrare in campo contro l’Honduras. Solo con il provare ad essere protagonisti sul campo e non in menti già sicure, si può respirare e giocare bene. La filosofia del passo dopo passo ha avuto la meglio su qualsiasi programma anticipato di successo.

Questo mondiale ci ha fornito tanti passi. I calciatori e le squadre, da abili editori, li hanno via via stampati durante e dopo le partite. Nelson Mandela ha voluto salutare ed omaggiare questo grande libro mondiale. Aperti come le sue mani che con guantoni neri salutano, ora proviamo a leggerlo noi. Ce n’è per tutti i gusti! Grazie mondiale e buona vita allegro Sudarica.

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