Auguri Gigi, portiere e portatore dell’Italia

Gigi Buffon ha fatto 112. 112 Presenze con la maglia azzurra. La storia è ai suoi piedi dopo che, con l’amichevole giocata contro l’Uruguay, ha eguagliato il numero di presenze in nazionale di Dino Zoff.
Altro portierone con la consonante finale, quasi che per essere un portiere di livello nazionale il tuo cognome deve finire senza vocale perchè quella, la voce, la usi e la perdi tra la riga di porta e la difesa quando chiami e chiedi, quando guidi da dietro per non avere pericoli davanti.
Auguri Gigi, ragazzo bravo e atleta forte che il calcio ha iniziato a coccolarti nel novembre del 1995 quando, appena scopristi di non essere più bambino, ti trovasti nella porta del Parma a difenderla dai tentacoli affinatissimi di George Weah. Una prima volta che prefigurava infinite altre radiose volte.
Ti abbiamo poi gustato per la prima volta in azzurro nel freddo di Mosca (29 ottobre 1997) , dove eri già caldo abbastanza per poter scaldare la porta della nazionale. Quelle due prime volete, ci fecero conoscere Gianluigi detto Gigi Buffon, ragazzino imberbe che amava il portierone camerunense N’Kono così tanto al punto di ritrovarsi un giorno in una porta di serie a ed iniziare una carriera luminosa e di alta qualità e fedeltà. Che strana cosa il calcio, se ami tanto un giocatore poi finisci per imitarne le gesta e fare molto di più di lui.
Poi Gigi è cresciuto, è andato nel 2001 alla Juventus, ha visto ricchezze e trionfi, ha vissuto sconfitte amare come la notte di Old Trafford del 2003 quando la sua Juve perse a vantaggio del Milan la Coppa dei Campioni ed i suoi guanti non riuscirono ad allungarsi così tanto al punto di poter parare il rigore decisivo, l’ultimo quello di Shevchenko.
E’ stato vero quando ammise di provare una sensazione di vuoto, si vergognò, stesse male e soffrì in silenzio momenti di umore basso e stanchezza alta, forse non venne appieno compreso ed aspettò giorni migliori e nuovo spirito. Scese in b con la Juve, salì sul tetto del mondo nella notte iridata di Berlino e iniziò ad accettarsi e a rispettarsi per quello che era, con le sue debolezze e le sue forze. Non issò mai bandiera bianca ma rispolverò e riconvertì più volte il drappo della bandiera e, nuovamente, tornò a sventolarla, ad amarla come fece con N’Kono da ragazzo, mettendo a tacere tutte le frettolose lingue di chi lo dava come bandiera già ammainata.
E tornò dopo aver parato le critiche a parare come un mostro, alla Buffon, libero, nel campo, con la palla ben protetta tra le mani e con i piedi, ben saldi per terra ed abili anche ogni tanto quando c’è bisogno di qualche dribbling veloce e di dire quello che pensa e di pensare con la propria zucca. Portiere che non programma i propri interventi ma che improvvisa e danza parate, come non aveva programmato nessun sermone ieri al quirinale ma a braccio (eh certo lui che ha delle manone lo può fare) dice urbi et orbi che spera in uno nuova generazione di classe dirigente con la spigliatezza di oratore esperto.
Grazie Gigi, ora sappiamo che se abbiamo bisogno di essere protetti e di non prendere troppi gol, non chiameremo più il 113 ma il 112, come le tue storiche presenze azzurre, come la tua avventura, umanissima leggenda. (Luca Savarese)

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